Rigori Serie A: perchè se ne stanno sbagliando così tanti?

C’era un tempo in cui il rigore, nel calcio italiano, era una certezza. Una pausa carica di tensione, sì, ma con un esito che sembrava quasi già scritto. Il dischetto era il luogo della responsabilità, non del dubbio. Oggi, invece, nelle partite di Serie A, il rigore è diventato un momento fragile, instabile, spesso decisivo nel modo peggiore possibile.

 

Si sbagliano più rigori perché il calcio è cambiato, ma soprattutto perché è cambiato il modo in cui viviamo ogni singolo istante della partita. Il rigore non è più un gesto isolato: è uno spettacolo nello spettacolo. Il tempo si dilata, l’attesa si allunga, le telecamere indugiano sui volti, il VAR sospende la realtà. In quei pochi metri tra il centrocampo e il dischetto, il giocatore non porta con sé solo il pallone, ma il peso di un giudizio immediato e globale.

 

Oggi chi calcia sa che l’errore non finisce con il fischio finale. Vive sui social, nei talk show, nei titoli del giorno dopo. Un rigore sbagliato non è più solo un’occasione persa: diventa una sentenza, una macchia, un’etichetta. È in quel momento che la testa vacilla, anche quando la tecnica sarebbe sufficiente. Nel frattempo, dall’altra parte, il portiere non è più una figura solitaria affidata all’istinto. È preparato, istruito, armato di dati. Studia rincorse, angoli, preferenze. Arriva al dischetto con una mappa mentale del tiratore. Non deve più “indovinare”, deve solo confermare ciò che sa.

 

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E questo ribalta completamente il rapporto di forza. È cambiato anche il modo di tirare. Meno rabbia, meno violenza, più attesa. Si cerca l’inganno, la finta, il momento perfetto. Ma il rigore non perdona l’incertezza. Un’esitazione minima, un appoggio sbagliato, e il gesto si spezza. Quella che dovrebbe essere freddezza diventa indecisione, e l’errore è dietro l’angolo. C’è poi un dettaglio che racconta molto del calcio moderno: spesso non c’è più un vero rigorista. La responsabilità passa di piede in piede, cambia di partita in partita. Senza rituali, senza abitudini, senza certezze.

 

E il rigore, che vive di automatismi, diventa improvvisazione. In un calcio sempre più compresso, stanco, affollato di partite e di pressioni, anche il corpo chiede il conto. Arrivare al dischetto dopo novanta minuti significa calciare con le gambe pesanti e la mente affaticata. È lì che il rigore smette di essere un gesto tecnico e diventa un atto di resistenza emotiva. Forse è per questo che oggi il rigore fa più paura di prima. Perché non è più una promessa di gol, ma uno specchio. Riflette il peso del calcio moderno, la sua esposizione totale, la sua fragilità. In Serie A, il dischetto non è più una sentenza: è una domanda. E troppo spesso, la risposta non è quella che ci aspettiamo.


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