RUBRICA CALCIO IN RETE - Una stagione 1985-86 che resterà a lungo tra le più incredibili a livello calcistico e non solo...

L'harakiri giallorosso, Superman è rumeno e il mondiale griffato Diego (parte 2) - Una stagione 1985-86 che resterà a lungo tra le più incredibili a livello calcistico e non solo...

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Rubrica CALCIO IN RETE
L'harakiri giallorosso, Superman è rumeno e il mondiale griffato Diego (parte 2)

Una stagione 1985-86 che resterà a lungo tra le più incredibili a livello calcistico e non solo...

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Rubrica Calcio in rete
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...Ma allo scoccare del nuovo anno solare i giallorossi cambiano marcia. Infilano ben 6 vittorie consecutive, contro Atalanta, Udinese, Bari, Napoli, Torino e Avellino. Contro gli irpini in particolare si scatena il Rey di Crocefieschi di cui parlavamo prima. Pruzzo quel 16 Febbraio 1986 è incontenibile: firma una storica impresa, realizzando ben 5 reti in una sola volta nel 5-1 finale, e balza di colpo in vetta alla classifica dei marcatori con 12 reti, mettendo in fila gente del calibro di Platini, Serena e Rummenigge ferma a quota 10. A fine stagione i suoi goal saranno ben 19 in appena 24 partite disputate.

 

Nel calcio frenetico e atletico dell’Eriksson di quei tempi, Pruzzo è a 31 anni il terminale definitivo e letale con gol di rapina e in acrobazia. Mentre la Roma fa 6 su 6, la Juventus ne pareggia ben 5, e il vantaggio si assottiglia ad appena 3 lunghezze. Nel frattempo le altre hanno mollato, Napoli compreso, e dunque a 9 giornate dal termine il discorso scudetto si restringe a Juventus e Roma, come spesso è accaduto nei primi anni ’80, con i giallorossi che hanno lo scontro diretto da giocare in casa. 


Mentre sembra concludersi la fuga solitaria della Juventus in campionato, il mondo assiste ad una fuga molto significativa ad Haiti, ed è quella che compie il 7 Febbraio 1986 il dittatore Baby Doc, all’anagrafe Jean-Claude Duvalier. Dopo ben 30 anni finisce dunque il potere della sua famiglia sull’isola haitiana, un potere fatto di terrore e assassinii. Il padre, Francois Duvalier, lo impose anche sfruttando la superstizione attraverso l’uso distorto della cultura voodoo, proclamandosi come l’incarnazione di Baron Samedi, il traghettatore dei morti. Avete presente l’album Black Cat ed il conseguente Black Cat World Tour del bluesman Zucchero Fornaciari? Ecco, l’abbigliamento della divinità voodoo Baron Samedi è più o meno quello, con cappello a cilindro bianco, vestito nero, occhiali scuri. Sfruttando tale credenza, Francois Duvalier, detto “Papa Doc”, agiva indisturbato nelle proprie crudeltà visto il timore che gli haitiani praticanti della religione voodoo avevano nei riguardi di questo personaggio ultraterreno. La stagione 1985-86 porta anche la fine di questa sanguinosa pagina per quel popolo.


Intanto la Juventus riprende la sua marcia, batte Bari e Udinese e risale a +4, ed alla 24esima giornata sembra chiudere definitivamente il discorso scudetto. 9 Marzo 1986, giornata da ascensore emotivo: al termine dei primi tempi i bianconeri sono sotto in casa col Napoli per un’autorete di Favero, mentre la Roma è in vantaggio a Verona per 2-1 con la classica doppietta di Pruzzo. Il distacco sarebbe di soli 2 punti e incombe lo scontro diretto che si disputerà la domenica successiva. Ma nella ripresa prima Brio pareggia e fissa il punteggio sull’1-1 al Comunale di Torino, poi arriva anche il pareggio del Verona con un rigore di Galderisi. E ad 1 minuto dal termine Briegel regala il definitivo 3-2 al Verona e scaraventa la Roma addirittura a 5 punti di distanza quando mancano solo 6 giornate. Lo scontro diretto fa dunque meno paura, ma la domenica successiva una Roma a dir poco scatenata lo fa suo in modo perentorio, con un rotondo 3-0 firmato da Graziani, Pruzzo e Cerezo


E’ il 16 Marzo 1986 ed il campionato si riapre, anche perché una Juve che si lecca le ferite deve anche rimontare, in settimana, il Barcellona in Coppa dei Campioni, dopo aver perso 1-0 in Spagna. E l’impresa non riuscirà, nella notte dello “sciagurato Pacione”, con l’attaccante prelevato in estate dall’Atalanta che manca importanti occasioni da rete. Sarà 1-1 e sarà eliminazione. Quel Barcellona arriverà in finale, ma si arrenderà ad un altro personaggio che entrerà nella storia nella notte del 7 Maggio 1986.

 

A Siviglia si affrontano infatti Barcellona e Steaua Bucarest per la finale di Coppa dei Campioni, ed i favori del pronostico ovviamente sono tutti per i catalani, che però non sfondano il muro rumeno sorretto dal portiere Helmuth Robert Duckadam. Il risultato non si schioda dallo 0-0 per ben 120 minuti, ma fosse solo questo… Ai tiri dal dischetto è praticamente certo vedere finalmente qualche giocatore blaugrana scuotere la rete, ma nessuno ha fatto i conti con questo super portiere caricato a molla con la sua maglietta verde e i baffi grifagni dell’epoca. E non che il portiere del Barcellona Urruticoechea sia meno valido: primi tiri e gli estremi difensori parano le conclusioni di Majaru, Alesanco, Boloni e Pedraza. Poi finalmente Lacatus (che transiterà a Firenze 4 anni dopo) trasforma il suo con una botta centrale che sbatte sotto la traversa. Tira Pichi Alonso e Duckadam para ancora. Segna Balint per lo Steaua. Tira Marcos, e Duckadam fa 4 su 4. Mai visto e mai più visto, una partita ai calci di rigore vinta 2-0 con un portiere al quale non è stato possibile fare gol nemmeno dal dischetto. E attenzione, guardate il video su internet perché non si tratta di rigori calciati male, ma di 4 paratone su 4. Il giorno dopo il Corriere dello Sport scriverà in prima pagina “Superman è rumeno”. Il portiere torna in patria da eroe, soprannominato “Eroul de la Sevilla”, e molti club cercano di assicurarsi le sue prestazioni, tra questi il Manchester United. Ma nello stesso anno la sua carriera si conclude, e qui la storia si mescola alla leggenda…

La versione ufficiale parla di trombosi alle mani. Altre versioni raccontano di un alterco con Valentin Ceausescu, figlio del dittatore dell’epoca Nicolae Ceausescu. Duckadam non avrebbe consegnato al figlio del dittatore una Mercedes regalatagli dal Real Madrid per aver battuto gli acerrimi rivali blaugrana e pretesa dal figlio del dittatore, e questi per vendetta avrebbe ordinato ad alcuni agenti della Securitate di spezzare le mani al portiere. Questa versione verrà smentita molti anni dopo dallo stesso portiere, ma quelli erano davvero anni particolari nei quali storie spesso particolari si intrecciavano. Resta la leggenda reale di un Superman rumeno che nella notte di Siviglia non fa mai varcare la linea della sua porta al pallone, nemmeno ai calci di rigore.


I giorni successivi allo scontro diretto dell’Olimpico sono particolari anche per la nostra Repubblica, anch’essa sempre così piena di misteri. Il 18 Marzo 1986 infatti viene condannato all’ergastolo il bancarottiere Michele Sindona, che il 20 Marzo è in agonia in carcere per aver bevuto una tazzina di caffè avvelenato. Morirà due giorni dopo. Altri strani avvenimenti di un’epoca strana, altri episodi ai quali ancora oggi non possiamo dare risposta.

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Una risposta sul campo al furore giallorosso sembra darla la Juve la domenica successiva, battendo l’Inter 2-0, mentre la Roma passa a San Siro contro il Milan grazie al solito Pruzzo. Ormai da settimane il campionato è focalizzato sul duello tra Juventus e Roma, mentre in coda il Lecce è ormai derelitto e le altre lottano per evitare gli ultimi due posti che significherebbero Serie B. Alla 27esima giornata la Juve cade a Firenze sotto i colpi di Passarella e Berti. Per il difensore argentino dei viola, a 32 anni, una stagione monumentale, condita da addirittura 11 gol in 29 partite, grazie anche ai suoi micidiali calci di punizione. Resterà record di reti per un difensore per i campionati a 16 squadre.

La Roma intanto batte la Sampdoria con gol di Graziani e si porta ad 1 solo punto. E la domenica successiva l’incredibile aggancio: i giallorossi vincono a Pisa in rimonta dopo aver chiuso il primo tempo in svantaggio, mentre la Juventus si arena ancora pareggiando 0-0 a Genova contro la Samp. Rimonta dunque completata, ma vantaggio psicologico enorme per una Roma che nel girone di ritorno ha inanellato 10 vittorie e 3 pareggi, e calendario in discesa rispetto ad una Juventus che deve ancora ospitare il Milan. I pronostici sembrano poter indicare uno spareggio, ma l’imponderabile è dietro l’angolo. 


E’ il 20 Aprile 1986 quando la Juventus ospita il Milan mentre all’Olimpico sembra dover andare a far da vittima sacrificale il Lecce di Fascetti ormai da settimane matematicamente retrocesso in Serie B. Una folla in festa e gasata dalla rimonta compiuta è pronta a pregustare il meglio, e lo stadio Olimpico esplode quando dopo appena 7 minuti Graziani porta in vantaggio i giallorossi per quello che sembra essere il preludio ad una passeggiata.

 

Ed invece accade ciò che puntualmente accade quando si sottovalutano le cose, o forse è orgoglio salentino, o semplicemente destino, fatto sta che Alberto Di Chiara e Barbas su rigore ribaltano la Roma. Si va al riposo con un inaspettato 1-2, ma i più sono convinti della contro-rimonta. Invece arriva come una mannaia sul capo del condannato (in questo caso ignaro del proprio destino fino a quel momento) il gol dell’1-3 firmato ancora da Barbas. Una decina di minuti dopo Laudrup porta in vantaggio la Juventus contro il Milan, mentre i minuti passano e la disperazione si fa sempre più nera per gli increduli spettatori dell’Olimpico. Pruzzo accorcia le distanze ma non basta, è una delle sconfitte più amare della storia per la Roma, con il dramma di vedersi sfuggire dalle mani un qualcosa di lungamente inseguito e ala fine raggiunto.

 

Di fatto lo scudetto prende la strada di Torino proprio quel giorno, pur senza la matematica acquisita la domenica successiva, perché la botta psicologica è enorme e all’ultima giornata a Como già dopo 1 minuto Corneliusson trafigge i giallorossi che non recupereranno più, mentre la Juventus vince proprio a Lecce. E’ il miglior congedo per Trapattoni, che lascia con uno scudetto dopo aver guidato i bianconeri per ben 10 stagioni.

 

Lo attende la panchina dell’Inter, dove vincerà uno scudetto record nel 1988-89, ma il suo non sarà un addio definitivo ai colori bianconeri, visto che vi farà ritorno nell’estate del 1991 e resterà altre 3 stagioni. Chiude al terzo posto con un crescendo finale il Napoli di Maradona, e sarà il preludio al primo storico scudetto della stagione successiva. Insieme al Lecce, retrocedono il Bari e il Pisa di Romeo Anconetani, squadra rimasta nell’immaginario collettivo di quegli anni ma abituata a fare su e giù dalla serie cadetta.


Ed in questo finale di stagione la nostra storia si ricongiunge alla storia iniziale, con i Mondiali messicani, dai quali tutto il nostro racconto era iniziato. La rassegna iridata la apriamo noi, da detentori della Coppa vinta in Spagna 4 anni prima, e la apriamo pareggiando 1-1 contro la Bulgaria. Non sarà un Mondiale memorabile per i nostri colori. Supereremo il girone con 2 pareggi e 1 vittoria contro la Corea del Sud, secondi alle spalle dell’Argentina poi campione. E beccheremo agli ottavi di finale la Francia, che ci farà fuori trascinata da un Platini contro il quale a poco servirà la marcatura ad uomo predisposta da Bearzot. Dei nostri andrà a segno solo Spillo Altobelli, vero e proprio archetipo di bomber anni ’80. Su 5 gol realizzati dalla nostra squadra 4 portano la sua firma ed 1 è un autogol del coreano Cho Kwang Rae. 


E’ il Mondiale dell’esordiente piccola Danimarca, che incanta nel proprio girone chiudendolo a punteggio pieno con le vittorie su Scozia, Uruguay (addirittura 6-1) e Germania Ovest poi finalista. Trascinata dai gol di Elkjaer ma poi travolta agli ottavi dalla furia delle furie rosse spagnole e dal “Buitre” Butragueño che cala il poker nel 5-1 finale. E’ il Mondiale dell’Urss del colonnello Lobanovskyi, che più che incantare impressiona proprio col suo calcio scientifico quasi da laboratorio. E siccome il colonnello allena anche la Dinamo Kiev all’epoca, si toglie anche lo sfizio di vincere la Coppa delle Coppe il 2 Maggio 1986 contro l’Atletico Madrid, pochi giorni dopo la tragedia di Chernobyl.

 

Poi inizia il Mondiale e la sua Urss dà subito un 6-0 tennistico all’Ungheria nobile decaduta, 6 gol che potevano essere 20 e ritmi insostenibili per gli avversari. Una folle utopia svanita anch’essa agli ottavi di finale in una delle partite più belle della storia del calcio, contro il pragmatismo del Belgio che si impone per 4-3 dopo i tempi supplementari (2-2 al 90esimo) rendendo vana la tripletta di Belanov, futuro Pallone d’oro alla fine dell’anno solare (all’epoca non potevano vincerlo calciatori non europei che militavano in squadre europee, sennò sarebbe stato sicuramente appannaggio di un marziano argentino…).


Ed è soprattutto il Mondiale del marziano appunto, del barrilete cosmico che in un colpo solo, il 22 Giugno 1986, diventa “Mano de Dios” e “Pibe de Oro” insieme contro gli inglesi, in una partita carica di tensione che mescola al confronto calcistico il ricordo per nulla lontano della sanguinosa guerra delle Isole Falkland (per gli inglesi) e Malvinas (per gli argentini), e che vede nel giro di 5 minuti un Maradona che segna un gol impossibile per quanto irregolare e un gol impossibile per quanto bello, il gol del secolo saltando mezza Inghilterra portiere Shilton incluso. Con non poca ironia, nonché fervida immaginazione, il compagno di squadra Henrique dirà a Diego che poteva anche ringraziarlo per l’assist, visto che era stato lui ad appoggiare il pallone a Maradona a metà campo. Anche quella è una forma di genialità tutto sommato…


Quell’Argentina vince il Mondiale trascinata da un uomo solo e superando in finale la Germania Ovest con il goal decisivo di Burruchaga che fissa il 3-2 definitivo, dopo che i tedeschi, che arrivano sempre e non si arrendono mai, rimontano in pochi minuti con Rummenigge e Voeller i gol argentini di Brown e Valdano. Lo vince 8 anni dopo il Mondiale vinto in casa nel contesto cruento della dittatura di Videla, dei desaparecidos e del sangue versato in quegli anni tremendi. Sull’onda lunga di quel trionfo Maradona porterà la stagione successiva lo scudetto sotto il Vesuvio.
Perché era l’anno dei Mondiali, quelli dell’’86, Paolo Rossi era un ragazzo come noi. Maradona probabilmente no.
 

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